Snapshot Culture. The Photographic Experience in the Post-Medium Age

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For the first time since the beginning of its history, exactly 50 years ago, Comunicazioni Sociali devotes a special issue to Photography: Snapshot Culture. The Photographic Experience in the Post-Medium Age (No. 1/2016, edited by Adriano D’Aloia and Francesco Parisi). For a long time, the study of photography has been a part of Art studies or a mere object of philosophical investigations. Yet, after the advent of digital technologies it progressively became central in Media and Communication studies. From the 2000s onwards, various social and technological events made photography more accessible, ubiquitous, public, cheap, democratic, immediate and shared than ever before, paving the way to a renewal of photographic experience. New objects, formats, devices, practices and uses emerged as specific traits of a ‘performative’ photographic agency. This emergence is allowed by the fact that photography, despite being one of the most ancient media, still shapes our lives, empowers our biological vision, and enhances our imaginative visual practices. The editors of this issue propose the term ‘snapshot culture’ to refer to  the combination of technological, aesthetic and practical shifts in contemporary photographic experience. Snapshot culture is characterized by a twofold dynamic: the persistence of the original traits of the photographic experience as it emerged and developed, coupled with the modulation of new opportunities offered by technological improvements and social changes. Indeed, the digitalization of photographic aesthetics and related media practices provides an ideal case for studying some of the most challenging developments in visual media aesthetics within the broader landscape of the post-medium condition and for reflecting on how photography theory has responded to such challenges in the post-theoryera. This special issue offers a critical investigation of photography’s ‘persistence’ in the media experience through both an analysis of concrete objects and phenomena (e.g. selfies, animated GIFs, social networking, computational photography)  and the refinement of theoretical approaches to photography.

» Table of Contents (Introduction free download) 


Per la prima volta nella sua storia, cominciata esattamente cinquant’anni fa, Comunicazioni Sociali dedica un intero monografico alla Fotografia: Snapshot Culture. The Photographic Experience in the Post-Medium Age (No. 1/2016, a cura di Adriano D’Aloia e Francesco Parisi). Lo studio della fotografia è stato a lungo appannaggio dell’ambito artistico-estetico, o tutt’al più oggetto strumentale di investigazioni filosofiche. Con l’avvento delle tecnologie digitali la fotografia ha invece guadagnato progressiva centralità negli studi sui media e sulla comunicazione. Dagli anni 2000 in avanti una serie di eventi sociali e tecnologici l’ha resa più accessibile, ubiqua, personale, economica, democratica, immediata e condivisa, e ha aperto la strada a una nuova esperienza fotografica. Nonostante sia uno dei più antichi media moderni, la fotografia continua oggi a dare visibilità e forma alle nostre vite, a potenziare la nostra visione biologica ed ad accrescere la nostra immaginazione visiva. I curatori di questo monografico introducono l’espressione “snapshot culture” per riferirsi al complesso dei mutamenti estetici e pratici dell’esperienza fotografica, con l’intento di evidenziarne gli aspetti rilevanti e innovativi, pur senza sottacere le ricadute problematiche. La “snapshot culture” è caratterizzata da una duplice dinamica: da un lato la persistenza dei tratti originari e costitutivi dell’esperienza fotografica, dall’altro la modulazione di nuove opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche e dai cambiamenti sociali, nello scenario di una più ampia “condizione post-mediale”. I contributi raccolti offrono un’esplorazione critica della “persistenza” della fotografia nell’esperienza contemporanea, sia attraverso l’analisi di oggetti e fenomeni concreti (dal selfie alla GIF animata, da Instagram alla fotografia computazionale…), sia attraverso la rilettura e la revisione degli approcci interpretativi finora utilizzati per comprenderla.

» Sommario (Introduzione scaricabile gratuitamente) 

CS50

Comunicazioni Sociali compie 50 anni. Per celebrare la ricorrenza la redazione della rivista e l’editore Vita e Pensiero promuovono una serie di iniziative volte a ripercorre le tappe decisive della storia della rivista, fare il punto sullo stato dell’arte nel panorama scientifico e culturale del presente e proiettare lo sguardo verso le sfide del futuro.

CS50L’iniziativa principale avrà luogo martedì 22 marzo in Università Cattolica come evento di chiusura del Convegno internazionale È la vita che vi afferra e vi trascina”: L’Università Cattolica e la ricerca sui media dal dopoguerra agli anni Settanta, organizzato dal Dipartimento di Scienze della comunicazione e dello spettacolo in collaborazione con ALMED – Alta Scuola di comunicazione, media e spettacolo. Alle ore 17.30 nella sede di via Nirone (aula NI 110, Via Nirone 15, Milano) andrà “in scena” l’evento ComStory. I ruggenti 50 anni di Comunicazioni Sociali, racconto per attori, immagini e professori scritto da Claudio Bernardi, docente di drammaturgia dell’Università Cattolica e interpretato dai personaggi di fantasia “Vita” (Matilde Dondena) e “Pensiero” (Daniele Giulietti) e dai membri della redazione di CS (Paolo Braga, Roberta Carpani, Adriano D’Aloia, Massimo Locatelli, Laura Peja, Massimo Scaglioni, Nicoletta Vittadini).

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Neurofilmologia. I media audiovisivi e la sfida delle neuroscienze

CREATIVENERGIES.NET

Nel corso degli ultimi due decenni alcune scoperte avvenute nell’ambito delle neuroscienze cognitive hanno permeato le humanities e le scienze sociali – fra queste anche gli studi sui media e in particolare gli audiovisivi. Le ricerche sui meccanismi di rispecchiamento neurale, sull’empatia e sulla cosiddetta “simulazione incarnata” costituiscono oggi le premesse culturali e i fondamenti teorici di un approccio innovativo (anche se non affatto inedito in quanto derivante almeno dalla stagione “storica” della Filmologia) allo studio dell’esperienza mediale, a cavallo tra scienze della mente ed estetica.

Cinema&CieNeurofilmologia è un neologismo coniato da Adriano D’Aloia e Ruggero Eugeni, studiosi dell’esperienza mediale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e curatori del monografico “Neurofilmology. Audiovisual Studies and the Challenge of Neuroscience” recentemente pubblicato nel n. 22-23 della rivista Cinéma&Cie. International Film Studies Journal. La Neurofilmologia è un programma di ricerca che nasce dall’integrazione di modelli di spettatore apparentemente antitetici. Da un lato una…

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Neurofilmology. Audiovisual Studies and the Challenge of Neuroscience

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no. 22-23 | Spring/Fall 2014

Neurofilmology. Audiovisual Studies and the Challenge of Neuroscience

Edited by Adriano D’Aloia and Ruggero Eugeni

Over the last two decades, discoveries made in the field of cognitive neuroscience have begun to permeate the humanities and social sciences. In the context of this intersection, Neurofilmology is a research program that arises at the encounter between two models of viewer: the viewer-as-mind (deriving from a cognitive/analytical approach) and the viewer-as-body (typical of the phenomenological/continental approach). Accordingly, Neurofilmology focuses on the viewer-as-organism, by investigating with both empirical and speculative epistemological tools the subject of audiovisual experience, postulated as embodied, embedded, enacted, extended, emerging, affective, and relational.

This special issue of Cinéma & Cie focuses on major conceptual and epistemological arguments arising from the dialogue between audiovisual studies and neurosciences developed over the last twenty years. In fact, the contributors share the conviction that such a dialogue can be fruitful if and only if it is conducted within a common and consistent framework, including both epistemological and conceptual aspects. Such a framework should allow each of the research programs to contribute to a shared understanding of that particular and complex phenomenon that is the film and audiovisual media viewing experience.

CONTENTS

  • Adriano D’Aloia and Ruggero EugeniNeurofilmology: An Introduction
  • Temenuga TrifonovaNeuroaesthetics and Neurocinematics: Reading the Brain/Film through the Film/Brain 
  • Maria PoulakiNeurocinematics and the Discourse of Control: Towards a Critical Neurofilmology 
  • Patricia PistersDexter’s Plastic Brain: Mentalizing and Mirroring in Cinematic Empathy 
  • Enrico CarocciFirst-Person Emotions: Affective Neuroscience and the Spectator’s Self 
  • Maarten Coëgnarts and Peter KravanjaThe Sensory-Motor Grounding of Abstract Concepts in Two Films by Stanley Kubrick 
  • Pia Tikka and Mauri KaipainenPhenomenological Considerations on Time Consciousness under Neurocinematic Search Light 
  • Vittorio Gallese and Michele GuerraThe Feeling of Motion: Camera Movements and Motor Cognition 

    Cover image: The Brain That Wouldn’t Die (Joseph Green, USA 1962). Poster by Reynold Brown

    © 2015 – Mimesis International
    ISBN 9788869770227 | ISSN 2035-5270

Gli agguati dello sguardo

Fig. 1

Viviamo ancora le immagini dell’acqua,
le viviamo sinteticamente nella loro complessità primaria
dando spesso loro la nostra adesione irragionevole.

Gaston Bachelard, Psicanalisi delle acque, 1987

Riferimento imprescindibile dell’invenzione cinematografica contemporanea, le inquadrature “acquatiche” che presagiscono gli agguati dello squalo sono il cuore dell’esperienza che lo spettatore ha compiuto nel 1975 e continua tutt’oggi a compiere di fronte a Jaws. Il film di Steven Spielberg (regia), Verna Fields (montaggio), John Williams (musiche) e Bill Butler (fotografia) sfrutta con grande efficacia le potenzialità visive e simboliche dell’acqua, coinvolgendo lo spettatore in una terrorizzante immersione. Da sempre del resto l’acqua nel cinema dà materia e sostanza ai desideri, ai sogni, alle ossessioni, ai traumi, alle paure consce e inconsce dell’uomo, trasfigurando sullo schermo i miti e gli archetipi dell’immaginario individuale e collettivo. Questo contributo, intitolato Gli agguati dello sguardo. Enunciazione della suspense in Jaws e inserito nello speciale sui 40 anni de Lo squalo curato da Andrea Minuz per la rivista Cinergie (n. 7/2015), si sofferma proprio su alcuni aspetti stilistici e formali del film, in particolare sulle inquadrature “acquatiche” che contraddistinguono la prima metà del film e che suggeriscono la presenza del mostro e l’imminenza di un suo attacco all’uomo. La tesi fondamentale è che il gioco di allineamenti e disallineamenti ottici costruito attorno allo sguardo dello squalo e l’insistente sollecitazione della sensibilità corporea dello spettatore costituiscano un’originale strategia di costituzione dell’esperienza filmica.

Fig. 7

Snapshot culture. The persistence of the photographic experience in post-media aesthetics

CS IMAGECOMUNICAZIONI SOCIALI. Journal of Media, Performing arts and Cultural studies

CALL FOR PAPERS

The contemporary mediascape is characterized by continuous and endless remediation flows that re-shape and hybridize the contents, the forms and the vehicles of visual-based media experience. In such a scenario, over the last years photography has gained a central role in negotiating between the need for innovation propelled by digital media and the persistence of its original nature and purposes. On the one hand, the advent of photo-sharing websites and social networks, photography apps for mobile devices, portable hybrid devices for photo and video (e.g. GoPro), set the field for the emergence of new experimental and non-professional media practices that have progressively reshaped the spatiotemporal and sociocultural boundaries of the photographic image. The recent development of photographic devices, technologies and practices created a backfire effect on institutional forms of photographic communication (e.g. photojournalism, auteur photography, art exhibition, travel photography, reportage, camera and film market). On the other hand, such mutations caused a “crisis” of photography theory, since the hypothesis by which the digital transformation of the mediascape would have changed the uses and the ontology of photography, seems to be rebutted, for the latter continues to fulfil the same original concerns: the representation/identification of the self (and the other); the documentation, investigation and reinvention of reality; the poetic discovering of the hidden side of the world; the archiving of individual and collective memories; the crystallization of time and space. In brief, whereas the digital deposed device-content indivisibility, the photographic medium still hold its specificity of the experience and practices (rather than technologies) it enables and the cultural needs it implies and caters to.

Given these premises, the digitalization of photographic aesthetics and related media practices is an elective case 1) to study some of the most challenging mutations in contemporary visual culture and, more broadly, in media culture; 2) to reflect on the reception of such challenges in the field of photography theory. Consequently, this CS special issue aims to critically investigate the “persistence” of the photographic medium through 1) the analysis of concrete objects and phenomena, and 2) the refinement of theoretical approaches to photography, in both cases with particular attention to the aesthetic and phenomenological dimensions of the present-days photographic experience.

Objects of analysis and theoretical reflection may include (but are not limited to) the following:

  • Think. Philosophy of photography, photography and cognitive sciences, semiotics of photography, art history and photography, etc.
  • Exchange. Cinema and photography, painting and photography, etc.
  • Share. Social networks and websites
  • Edit. Professional photo-editing apps for mobile devices
  • Store. Software, technologies and procedures of archiving
  • Organize. Tagging, hashtagging, etc.
  • Shoot. Selfies, Landscapes, etc.
  • Time. Animated Gif, time-lapse, etc.
  • Antiquise. Vintage filters and nostalgic practices
  • Extend.Selfie stick, wide-angles, helmet cams, etc.


Deadlines & Guidelines

Please send your abstract to both the editors Adriano D’Aloia (adriano.daloia@unicatt.it) and Francesco Parisi (francesco.parisi@unime.it) by March 15, 2015. Notifications of acceptance will be emailed shortly after the deadline. Abstracts must be from 300 to 400 words long, and may be presented in English. The proposal shall include 5 keywords, authors, institution, and contacts (e-mail), together with a short curriculum for each author.

In case the proposal is accepted, authors will be asked to send the whole article by June 20, 2015. Contributions will be sent to two independent reviewers in a double-blind procedure prior to publication decision. Articles should be of between 4,000-5,000 words in length (no more than 35,000 characters, spaces and notes included), but shorter articles will be considered.


 

Download
CfP CS Photography.pdf

Website
comunicazionisociali.vitaepensiero.com

Keira’s Kiss

Copia di Figg.1-4

Though intimacy has been a wide concern in the humanities, it has received little critical attention in film studies. The book Intimacy in Cinema. Critical Essays on English Language Films, edited by David Roche and Isabelle Schmitt-Pitiot and published by McFarland, investigates both the potential intimacy of cinema as a medium and the possibility of a cinema of intimacy where it is least expected.

As a notion defined by binaries—inside and outside, surface and depth, public and private, self and other—intimacy, because it implies sharing, calls into question the boundaries between these extremes, and the border separating mainstream cinema and independent or auteur cinema. Following on Thomas Elsaesser’s theories of the relationship between the intimacy of cinema and the cinema of intimacy, the essays explore intimacy in silent and classic Hollywood movies, underground, documentary and animation films; and contemporary Hollywood, British, Canadian and Australian cinema from a variety of approaches.

My essay Keira’s Kiss. The Affordance of “Kissability” in the Film Experience draws on cognitive psychology and neuroscience to explain how the cinematic kiss turns the film experience into a sensuous and intimate experience. By analyzing a series of cinematic kissing scenes selected from dramas with British actress Keira Knightley as the main female character, I argue that the spectator’s desire and sense of intimacy are influenced by prereflexive perceptual dynamics and their neural correlates, in particular on the perception of affordance, as psychologist James J. Gibson posited it at the core of his ecological approach to visual perception. With regards to cinematic kissing as an act perceived by the spectator, it can be argued that lips are “kiss-on-able,” i.e., “kissable,” that is: lips afford kissing. In the chapter I make the bold claim that Keira Knightley’s lips are particularly “kissable.” This probably depends also on the individual physiognomic formation of her face and her way of talking (protruding lower jaw, slender cheeks, naturally full lips and large teeth are physical elements that directly express a tendency both to “explore” the surrounding environment and engage in intersubjective relationships principally via her lips). However, it is not a mere matter of physiognomy. Rather, a series of factors contributes to enhance “kissability.” First, aesthetic and stylistic factors such as mise en scène (makeup, acting style, photography etc.) and shot size (especially the use of closeups of her face and extreme closeups of her lips). Second, cognitive factors, including the narrative construction of the film: the kissing scene is often a climax in melodramas or dramatic scenes in other genres, and its emotional potential is narratively prepared. The analysis of kissing scenes selected from film starring Keira Knightley support this hypothesis—the”dancing kiss” Atonement (Joe Wright, 2007), the “quasi-kiss” Pirates of the Caribbean: Dead Man’s Chest (Gore Verbinski, 2006), the “singing kiss” in The Edge of Love (John Maybury, 2008), and the “biting kiss” in A Dangerous Method (David Cronenberg, 2001).

Intimacy cover

Print ISBN: 978-0-7864-7924-5
Ebook ISBN: 978-1-4766-1711-4
22 photos, 244pp.

Creative Energies » Creative Industries

CECI home

Reflecting on creativity has been central to a great deal of philosophical speculation, production practices and forms of reception of the artistic experience. Notions of creation and creativity concern crucial elements in media industries. Moreover, recent developments in institutional policies refer to the pivotal role of creativity in evaluating and promoting cultural production (see the EC’s most recent cultural program “Creative Europe”).

The 2014 NECS Conference, held in Milan, aims to revise and challenge assumptions on media creation and creativity, by looking at them as discursive formations, sociability instruments, power networks, modes of production and reception undergoing historical, political, theoretical and technological transformations.

Creative Energies » Creative Industries
The NECS 2014 Conference
Università Cattolica del Sacro Cuore
Milan, June 19-21, 2014

Conference website at necs.org/conference

La vertigine e il volo

vertigine volo

Dalla camminata in precario equilibrio di un funambolo alla passeggiata spaziale di un astronauta sospeso nello spazio siderale, questo libro offre un vertiginoso percorso nelle forme con cui il cinema contemporaneo continua a coinvolgere lo spettatore intensificando le sue percezioni e le sue emozioni. Per la prima volta nell’ambito degli studi sull’esperienza filmica, il paradigma della cognizione incorporata e il concetto di simulazione incarnata vengono adottati per descrivere la relazione dello spettatore con i personaggi e con i mondi della finzione cinematografica, in un serrato dialogo fra teorie del cinema, estetica e neuroscienze cognitive. Acrobazia, caduta, impatto, capovolgimento, deriva sono le cinque tappe di questa esplorazione, quasi un unico movimento che si origina nella capacità del film di stimolare la corporeità dello spettatore e precipita verso il senso più profondo e umano dell’atto di partecipare empaticamente alle vicende del personaggio.

La vertigine e il volo. L’esperienza filmica fra estetica e neuroscienze cognitive
Fondazione Ente dello Spettacolo (Collana “Frames”), Roma 2013
43 immagini in b/n, pp. 396 | € 11,90
ISBN 978-88-85095-72-4

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Gravity

Anche Gravity, come tutte le storie per lo schermo ambientate nello spazio, è un film sul senso del vuoto. Nell’accezione figurata, sull’abisso siderale in cui fluttua la vita umana, con le sue recondite preoccupazioni e le sue aspirazioni, la tensione verso l’enigma dell’infinito e dell’indefinito. Nell’accezione letterale, sulla possibilità di far vivere allo spettatore lo stesso disorientamento, lo stesso sradicamento, la stessa sospensione che i personaggi-astronauti sperimentano nelle loro missioni. La sfida, da cui l’opera di Alfonso Cuarón non si sottrae, è sempre ricomprendere un senso nell’altro, il significato del vuoto nella sensazione di vuoto.

Gravity segna però anche una cesura, forse un punto di non ritorno, nella storia del genere. La strategia d’ingaggio dello spettatore infatti enfatizza sino all’estremo una serie di situazioni e soluzioni che il film di esplorazione spaziale ha progressivamente conformato come specifiche del proprio stile estetico e narrativo. Il genere ha un vantaggio intrinseco: al cinema – ancor più se, come in questo caso, la proiezione è in 3D – s’instaura una continuità non solo simbolica ma anche spaziale fra il vuoto cosmico della rappresentazione e il buio della sala; se non addirittura una prossimità fisiologica fra lo stato corporeo dell’astronauta e le reazioni dello spettatore.

Continua a leggere la recensione pubblicata sul n. 184 di Segnocinema >>